I RACCONTI

DI CASTELDISASSO:

 

 

Volume I

Ladri di conigli  (1997)

Un vizio assurdo  (1997)

Titus l'inglese  (1998)

 

Volume II

L'eredità  (1999)

Caffè amaro  (2000)

Il ritratto di Dora (2001)

 

Volume III

La ladra di rose (2004)

Il merlo zoppo (2005)

Il colore dell'odio (2006)

 

 

 

 LA TENENZA DI CASTELDISASSO

Sotto questo titolo ho raccolto i nove racconti scritti nell'arco di dieci anni. Non avevo un motivo per scrivere racconti polizieschi, neppure c'era un motivo preciso per ambientarli in Maremma, affidandone l'intreccio a un investigatore toscano, caso raro per l'epoca. Che poi un investigatore vero e proprio non era, piuttosto un tenente dei carabinieri finito in una stazione periferica, un paesino di fantasia, collocato alle pendici di un monte che per i più pignoli potrebbe essere il Monte Amiata, ma la puntualità geografica è del tutto superflua. Iniziai il primo racconto nel 1996, scrivendone alcune pagine con una "lettera 22", lavoro improbo che mi costrinse ad acquistare un portatile d'occasione e impratichirmi con winword. All'epoca abitavo a Genova e almeno una volta al mese trascorrevo il fine settimana a Livorno, dove mia madre teneva la posizione da sola, nella casa di famiglia che era stata, mezzo secolo prima, ben più affollata. Dopo i primi inutili tentativi di portare in trasferta anche la mia famiglia, mi decisi a viaggiare da solo, percorrendo l'autostrada ligure-toscana in ogni stagione, godendone le viste panoramiche, agresti e marine, ma annoiandomi un po'. Così la mente se ne andava nelle fantasticherie. Da appassionato lettore di libri gialli non trovai di meglio che coltivare una trama fatta in casa e la ambientai in Maremma, anche se di quella terra conoscevo poco, ma quel poco era già affascinante. Da qui l'idea di trascrivere quei pensieri. Iniziai costruendo i personaggi, quindi il paese, quindi i luoghi, prettamente campagnoli. Non so dire da dove sgorgassero le idee, ma certo avrò raggomitolato nella fantasia quelle esperienze personali che di solito lasciamo scorrere lontano, senza esserne sfiorati. Ricordo una definizione che mi colpì: il romanzo è cannibale. Nulla di più vero, evidentemente gli ho permesso di cannibalizzare i miei ricordi, le mie emozioni e i miei sentimenti. I personaggi li avevo a disposizione, bastava guardarsi attorno e cogliere le caratteristiche più divertenti, più ingenue, più sincere, delle persone che avevo la fortuna di conoscere. La collocazione temporale fu una scelta quasi obbligata: i primi anni '70. Questo mi avrebbe portato indietro di 25 anni, alle memorie giovanili, poi che volevo scrivere di personaggi giovani e volevo scrivere di un momento particolare della nostra storia.

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